Olimpia milano novanta anni di storie e di passioni 1987 l anno del grande slam

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Olimpia milano novanta anni di storie e di passioni 1987 l anno del grande slam

Novanta anni di storia e passione per l’Olimpia Milano si condensano in una data capace di raccontare un’intera epoca: il 25 aprile, quando la squadra affrontò Caserta conquistando il terzo scudetto consecutivo e completando il Grande Slam. In quella stagione, alla conquista del titolo italiano si affiancarono anche Coppa Italia e titolo europeo, in un percorso che rese il gruppo protagonista di una pagina memorabile e decisiva.

olimpia milano 25 aprile: il terzo scudetto consecutivo e il grande slam

Il successo maturò in una partita in cui l’urgenza pesava su ogni possesso. L’Olimpia, reduce da obiettivi già raggiunti, viveva un passaggio di stagione che diventava simbolico: completare il Grande Slam significava fissare nella memoria collettiva un posto speciale per quella squadra. Il contesto aveva anche una dimensione concreta legata alle regole FIBA del periodo: per partecipare alla Coppa dei Campioni serviva il ruolo di vincitrice del titolo, quindi solo lo scudetto permetteva di difendere il trofeo e di costruire il traguardo che portò al successo del 1988.

dan peterson e la gestione dell’ultima partita: energie al minimo

Dan Peterson si presentò a quella giornata con la consapevolezza di vivere un passaggio finale. L’idea era definita, ma non immediatamente tradotta in decisione: serviva qualche giorno per schiarirsi, mentre il livello di energia era descritto come al minimo storico. Nella lettura di chi seguì quel periodo, la continuità della squadra non doveva essere lasciata al caso: Franco Casalini, presente e determinato a restare, veniva considerato la naturale prosecuzione del gruppo.

La strategia, però, passava attraverso un’esigenza precisa: vincere Gara 3. Se Caserta avesse ottenuto il risultato a Milano, si sarebbe aperta la strada a Gara 4 e probabilmente anche a Gara 5. Per Peterson, l’alternativa significava anche un rischio diretto sullo scudetto: la squadra era indicata come stanca, esaurita, arrivata alla fine. L’obiettivo era netto: salvare lo scudetto trovando in panchina volti capaci di cambiare il percorso della partita.

la panchina e le scelte decisive: pittis entra quando conta

Il quadro della gara prevedeva ostacoli rilevanti. Caserta, nel momento descritto, aveva piazzato un parziale di 19-0 e conduceva di 18 punti. Sul fronte Olimpia, Dino Meneghin risultava indisponibile per un infortunio maturato dopo uno sforzo a Losanna contro il Maccabi, con problemi alla gamba ulteriormente aggravati. Anche Franco Boselli era presente in panchina, ma risultava indisponibile; quando Peterson lo mandò in campo, fu necessario richiamarlo quasi subito: non stava in piedi.

In quel contesto la fiducia doveva trasformarsi in rapidità. Peterson ricordò che in panchina non c’erano elementi indispettiti, ma giocatori pronti, desiderosi di entrare e incidere. La soluzione si materializzò con Riccardo Pittis, 18 anni, milanese e prodotto delle giovanili Olimpia, al seguito del fratello maggiore Carlo. La sua entrata fu presentata come risposta all’ultima speranza di mutare l’inerzia della partita.

riccardo pittis: il modello magic johnson e il ruolo della guardia

Pittis aveva già raccolto spazio e da un paio di stagioni veniva arruolato in prima squadra in modo preferenziale da guardia. Il riferimento di ispirazione era Magic Johnson, al punto da coltivare l’idea di poter ricoprire il ruolo di playmaker anche a 203 centimetri. L’allenamento riproduceva passaggi e movimenti, con la necessità di renderli perfetti per evitare correzioni e richiami.

Quella sera, il suo ingresso venne raccontato come un passaggio quasi inevitabile: la spinta emotiva era quella di chi attendeva di brillare, come un “pulcino predestinato”. Dopo la sua prova, la percezione del gruppo cambiò: non venne più visto come un ragazzino, ma come il giocatore che poteva realizzare ciò che era capace di esprimere.

il cambio di inerzia: rubate, canestri e rimonta

Con l’Olimpia sotto di 15, Pittis contribuì a invertire il ritmo. Rubò palla a Vincenzo Esposito, uno dei giovani di Caserta, e concluse con uno schiacciata. Su un’altra palla rubata, questa volta a Sandro Dell’Agnello, l’Olimpia segnò grazie a McAdoo, che in quella partita arrivò a 29 punti.

Prima dell’intervallo, con Caserta ancora avanti di 12, Pittis realizzò la tripla del meno nove e poi partecipò alle azioni che riaprirono davvero la gara: a 47 secondi dalla pausa, Ken Barlow segnò dalla media mentre Pittis rubò di nuovo palla sulla rimessa, chiudendo con il tiro da tre del meno cinque. L’inerzia risultò completamente ribaltata.

coming-out party di pittis e ricostruzione del vantaggio

La partita venne definita come il “coming-out party” di Pittis: una prova che consacrò la sua carriera. Dopo quel momento, il gruppo smise di guardarlo come un giovane e riconobbe il valore del giocatore che poteva diventare. L’immagine proposta è quella di una condizione quasi trance, in cui ogni scelta risultava naturale.

caserta: profondità di roster e pressione continua nel secondo tempo

Per comprendere la difficoltà della finale, la narrazione ricostruisce la statura della squadra di Caserta. Arrivata in Serie A nel 1982, Caserta era stata guidata fino al 1986 da Bogdan Tanjevic, ingaggiato dal proprietario Giovanni Maggiò dopo il successo giovanile con il Bosna Sarajevo e la guida della nazionale slava. Con metodi non convenzionali e attenzione al settore giovanile, Tanjevic portò Caserta in Serie A e poi alla finale scudetto del 1986.

In estate, la guida passò all’assistente Franco Marcelletti, pur restando un nucleo di giocatori considerati di grande forza: Oscar Schmidt come scorer, Nando Gentile già nazionale a 20 anni, l’arrivo di Sandro Dell’Agnello da Livorno con concorrenza anche dell’Olimpia, Enzo Esposito in fase di lancio, Sergio Donadoni prodotto locale con rendimento elevato proprio nella finale. Tra i lunghi figurava Pietro Generali, con esperienza da nazionale alle Olimpiadi di Mosca 1980.

Caserta faceva le coppe: successivamente si menzionò una finale di Coppa delle Coppe contro il Real Madrid di Drazen Petrovic, con sconfitta ad Atene solo al supplementare. Con l’arrivo di Marcelletti cambiò l’assetto, scegliendo il secondo straniero tra i centri; nella stagione precedente il secondo straniero era l’uruguagio Tato Lopez, indicato come guardia. Nella finale del 1986/87 il pivot era Georgi Glouchkov, descritto come intimidatore d’area con esperienza nella NBA a Phoenix.

Nella prospettiva della partita, Peterson ricordò anche un dettaglio: Meneghin infortunato era un problema, ma nella sfortuna la presenza di un centro rapido come Fausto Bargna aveva valore per la squadra.

finale nel finale: tripla di barlow, risposta di donadoni e colpo decisivo

Nel secondo tempo Caserta riuscì più volte a costruire vantaggi di 12 punti, riprendendo il controllo della gara, mentre l’Olimpia rispose ogni volta tenendo la partita sotto pressione. La ricostruzione evidenzia un momento specifico: nell’ultimo minuto, Ken Barlow, rookie che giocò bene le grandi partite, attese fino all’ultimo scadere e prese l’unico tiro da tre della sua stagione. Lo realizzò completando la rimonta, portando il primo vantaggio dell’Olimpia.

La risposta arrivò subito con Sergio Donadoni, autore di un’altra tripla. Per vincere, la narrazione richiama due elementi decisivi: la furbizia con cui D’Antoni irretì Gentile in un fallo sul tiro da tre, con tutti i liberi a segno, e un elemento di fortuna sull’ultimo tiro.

Personaggi e protagonisti citati:

  • Dan Peterson
  • Franco Casalini
  • Gianmario Gabetti
  • Riccardo Pittis
  • Carlo Pittis
  • Vincenzo Esposito
  • Sandro Dell’Agnello
  • Ken Barlow
  • McAdoo
  • Dino Meneghin
  • Franco Boselli
  • Fausto Bargna
  • D’Antoni
  • Nando Gentile
  • Sergio Donadoni
  • Bogdan Tanjevic
  • Giovanni Maggiò
  • Franco Marcelletti
  • Oscar Schmidt
  • Enzo Esposito
  • Pietro Generali
  • Georgi Glouchkov
  • Tato Lopez
  • Drazen Petrovic
  • Magic Johnson
Categorie: Basket

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