Pastore si racconta: il problema del calcio italiano tra fango e asfalto e il suo palermo
Javier Pastore, ex fantasista di Palermo, Roma e PSG, ripercorre le tappe principali della propria carriera con un filo conduttore molto preciso: l’origine del gioco, la crescita attraverso la strada e l’idea che il calcio italiano debba ripartire dai giovani con tempi più coerenti. Nel racconto emergono dettagli tecnici e personali, dal suo soprannome fino al gesto che considera più rappresentativo.
javier pastore e il calcio che nasce per strada
Pastore descrive il proprio rapporto con il pallone come un’abitudine quotidiana, lontana da schemi prestabiliti. Dopo aver smesso, dichiara di continuare a giocare per piacere personale e aggiunge che il coinvolgimento dei bambini rende l’esperienza ancora più positiva. Quando torna in Argentina, gioca con i nipoti e racconta di divertirsi “tantissimo”.
inizi a córdoba: scuola, quartiere e partite senza pausa
Gli esordi avvengono a Córdoba, nella sua città e nel suo quartiere. La giornata di scuola non interrompe l’urgenza del gioco: ogni ricreazione diventa una sfida, e finita la scuola Pastore si allena con la squadra di quartiere per due o tre ore. Rientrando a casa, lascia il borsone e riprende subito a correre fuori con gli amici, finché la madre non lo richiama per cenare. Il racconto colloca questa dinamica fino a 15-16 anni.
inventare il gesto: la strada come palestra tecnica
Nel suo percorso, Pastore collega l’esperienza di strada all’evoluzione dei gesti in campo. Spiega che, in molte azioni, dopo un gol o un passaggio, si ritrovava a pensare che certe soluzioni le avesse imparate proprio da giovane. Dal primo calcio a cinque anni fino agli anni da professionista, afferma di essere stato sempre un giocatore capace di immaginare il gioco e il “gesto particolare”. La creazione del movimento nasceva tra amici per strada e si trasformava poi in strumenti utili in partita: inventare il gesto viene indicato come una caratteristica centrale.
javier pastore: il tunnel e il soprannome el flaco
Tra i dettagli tecnici, Pastore indica il gesto che considera preferito: il tunnel. La preferenza nasce da una continuità concreta: afferma di averne realizzati tanti durante la carriera.
Nel racconto del proprio carattere e dell’identità calcistica, entra anche il soprannome. Pastore spiega che in Argentina i soprannomi sono una prassi quotidiana e che nessuno viene chiamato con il nome. Il suo riferimento è legato all’aspetto: da ragazzo era magrolino e per questo è diventato El Flaco, un appellativo che gli piace e che è rimasto.
javier pastore oggi: giocare bene come squadra e osservare i campioni
Quando gli viene chiesto cosa lo faccia sognare, Pastore cita alcuni nomi legati a quella categoria di giocatori capaci di creare momenti straordinari: Mbappé, Dembélé e Lamine Yamal, ciascuno con uno stile specifico. Allo stesso tempo, il punto centrale del suo sguardo non è solo l’individuo: sostiene che oggi sia più piacevole osservare una squadra che gioca bene piuttosto che un singolo elemento. Esempio esplicito è il PSG.
crisi del calcio italiano: responsabilità dei club e tempi troppo lunghi
Pastore affronta la situazione del calcio italiano, collegandola anche al rischio della Nazionale di non qualificarsi ai Mondiali per tre edizioni consecutive. Nel suo ragionamento, indica una responsabilità precisa: i club italiani dovrebbero dare spazio ai giovani con più decisione, evitando di aspettare che abbiano 23-24 anni prima di farli giocare.
spazio ai giovani prima dei 23-24 anni per crescere con fiducia
Per sostenere il punto, Pastore richiama un’esperienza legata al periodo a Palermo. Ricorda che, quando arrivò, esistevano giocatori di quell’età che non giocavano perché i dirigenti ritenevano fosse necessario farli crescere. Pastore sottolinea che lui, a 19 anni, già giocava, e insiste sulla necessità di cambiare mentalità: senza questo passaggio, afferma che è impossibile sviluppare la forza e la fiducia necessarie per sentirsi pronti. Senza una crescita anticipata, sostiene che diventerebbe poi troppo tardi per acquisirle.
qualità tecnica e personalità: confronto con l’italia di vent’anni fa
Alla domanda sul rischio di un terzo Mondiale senza l’Italia, Pastore evidenzia un divario. A suo avviso, esiste una differenza enorme tra l’Italia di circa vent’anni fa e quella attuale, considerando qualità tecnica e personalità, pur con l’eccezione di tre o quattro giocatori.
seguire il palermo e il prossimo obiettivo in serie b
Pastore dichiara di seguire sempre il Palermo e aggiunge di volerci andare a metà aprile. Racconta di essere stato invitato e di vedere un lavoro importante da parte della società e dell’ambiente. Descrive la Serie B come un campionato duro, ma esprime la speranza che la squadra possa ottenere almeno una qualificazione per i playoff. Nel ragionamento include anche la presenza di un gruppo e di un allenatore adatti all’obiettivo, citando Inzaghi come figura giusta per provare a salire.
ricordi in rosanero: la finale di coppa italia del 2011
Pastore afferma di avere molti ricordi a Palermo e sceglie un momento specifico come più significativo. Pur ricordando che il periodo in rosanero sono stati due anni “bellissimi”, indica come riferimento principale la finale di Coppa Italia del 2011, persa 3-1 contro l’Inter. Il ricordo è legato anche allo scenario: all’Olimpico erano presenti 50mila tifosi palermitani, definendo l’evento come qualcosa di indimenticabile.
