Pacioni juve barcellona mi ha rovinato la carriera ma voglio tornare al chievo

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Pacioni juve barcellona mi ha rovinato la carriera ma voglio tornare al chievo

Marco Pacione, ex attaccante degli anni ’80, ripercorre i momenti che hanno segnato la sua carriera e continua a parlare con lucidità del rapporto con il calcio, delle tappe tra diverse società e delle emozioni legate alle partite più decisive. Il racconto attraversa una Juve-Barcellona rimasta impressa, la corsa verso lo scudetto 1986, l’incontro con Gianni Agnelli e la lunga esperienza con il Chievo, fino alle riflessioni su un possibile coinvolgimento futuro.

marco pacione e juve-barcellona: l’errore che ha pesato

Pacione riassume senza giri di parole l’occasione più dura: “Un po’ sì”. Secondo il suo punto di vista, nella circostanza decisiva ci sarebbe stato margine di cambiamento, ma non sente il bisogno di cercare colpe contro se stesso. Ricorda che arrivando alla Juventus era considerato una promessa e che, nella carriera di ogni calciatore, esistono giornate in cui gli errori si pagano più del previsto. Il contesto, per lui, rende l’episodio ancora più significativo: tutta Italia guardava in televisione Juve-Barcellona, definita una partita di alto livello e dai tratti decisivi.

le occasioni fallite e il rammarico del primo tempo

L’ex attaccante indica come primo episodio una giocata in cui Laudrup gli servì un pallone. Pacione tenta il colpo d’esterno, ma il terreno non aiuta: il campo è definito non in condizioni ideali e la palla rimbalza male. Per lui si tratta di un errore personale, senza tentativi di giustificazione. La seconda occasione, invece, nasce da un leggero ritardo: arriva in ritardo sul cross da destra. Nel primo tempo, poi, ricorda anche una conclusione sul tiro al volo che viene respinta da una bella parata del portiere del Barcellona. Il vero nodo resta l’eliminazione: a pesare è l’esito oltre alle singole azioni.

la memoria di juve-barcellona: convivenza con il ricordo

La partita continua a restare dentro a lungo. Pacione spiega di averla tenuta con sé anche quando avrebbe voluto dimenticarla, perché la gente gliela riportava continuamente. Da qui nasce l’esigenza di conviverci, con il rischio che il ricordo potesse condizionare. Nonostante la ferita mentale, riconosce la propria reazione e sottolinea che contro il Barcellona giocò perché Serena e Briaschi erano infortunati. In quel momento si sentiva pronto e descrive la partecipazione a quella squadra come un orgoglio, sia per la qualità tecnica sia per l’aspetto umano del gruppo.

lo scudetto del 1986 e la spinta emotiva dei risultati

Pacione richiama un periodo in cui si temeva di aver buttato lo scudetto. Racconta un passaggio decisivo alla penultima giornata: la Juventus batte il Milan mentre la Roma perde con il Lecce. La lettura degli aggiornamenti sul tabellone, durante la giornata, diventa un elemento centrale. Nello spogliatoio cita i riferimenti di un ambiente dominato da grandi giocatori, indicati come giganti: Platini, Cabrini, Scirea e gli altri. Pacione ricorda inoltre un ottimo rapporto con Boniperti e Trapattoni.

gianni agnelli e un saluto che pacione ricorda ancora

Nella sua ricostruzione, la stagione porta anche un passaggio di società: la Juventus lo cede al Verona. Pacione descrive un’abitudine dei tempi: prima delle partite ci si riscaldava nei corridoi dello stadio, non in campo. Mentre si prepara a giocare a Torino contro la Juventus, vede arrivare da lontano l’Avvocato. Resta indeciso se interrompere la preparazione per un saluto, ma è Agnelli a muoversi per primo.

Il saluto viene riportato nelle parole pronunciate da Agnelli: “Come sta, Pacione?” e la risposta di Pacione. Successivamente l’Avvocato aggiunge un riconoscimento: il rendimento nel Verona viene interpretato come una conferma del fatto che, a quei tempi, con la scelta si era visto giusto. Pacione definisce questo pensiero non dovuto e ne sottolinea la sensibilità.

pacione tra verona e due gol contro la juve

Quando torna al Verona, ricorda una situazione in cui segnare risulta particolarmente significativo: due gol contro una grande squadra come la Juventus. Per Pacione la soddisfazione è grande, anche perché in quel periodo non era affatto semplice realizzare una doppietta contro avversari di quel livello.

atalanta: legame storico e inviti ricorrenti

Il racconto dedica spazio anche all’Atalanta. Pacione afferma che i bergamaschi gli hanno voluto molto bene e dichiara di essere legato sia al club sia ai suoi contesti. Descrive inviti frequenti, citando come esempio anche l’inaugurazione del monumento dedicato alla vittoria in Europa League. Da ragazzo, per tre anni e mezzo, vive nel convitto dell’Atalanta, indicato come Casa del Giovane.

ritiro a 31 anni: problemi alle anche e scelte legate alla salute

All’età di 31 anni, Pacione interrompe l’attività per problemi alle cartilagini delle anche. La possibilità di proseguire in Scozia esiste, ma valuta che sia meglio fermarsi. Racconta di essere un attaccante molto fisico, con uno stile fatto di contrasti e generosità. Nonostante l’intento, afferma di essersi infortunato parecchie volte.

il chievo e il ruolo di team manager per 26 anni

Pacione descrive il suo percorso nel Chievo come una meravigliosa esperienza, durata 26 anni nel ruolo di team manager. Racconta di aver conosciuto la famiglia Campedelli quando il padre di Luca era ancora presente e afferma che il riconoscimento resta sempre vivo, per l’accoglienza e per la possibilità di partecipare a un’avventura considerata piena di valore. Tra le emozioni più forti indica una partita a San Siro, quando il Chievo batte l’Inter di Ronaldo e Vieri e la squadra arriva in testa alla classifica.

Nel suo racconto compaiono anche le tappe successive: i preliminari di Champions e la Coppa Uefa. Pacione riassume la durata del suo percorso in termini di anni di Serie A e Serie B: diciassette anni di A e nove di B. Per lui è un’esperienza che accompagna la quotidianità.

il fallimento del club e la ferita mai rimarginata

La fase successiva è presentata come la parte più dolorosa: Pacione parla di un colpo profondo e di una ferita aperta, legata alla convinzione che il Chievo non meritasse di finire in quel modo. Ricorda l’ultima partita giocata a Venezia, nei playoff per la promozione in A, con la sconfitta 3-2 ai supplementari. Poi, secondo il suo racconto, arriva l’ostacolo determinante: viene impedita l’iscrizione. Afferma che qualcuno avrebbe voluto che il Chievo “morisse” e conclude che sarebbe stato possibile evitarlo.

campeedelli nel chievo e prospettive: coinvolgimento e ritorno al campo

Pacione dichiara di desiderare un coinvolgimento futuro, spiegando che il Chievo rappresenta una parte fondamentale della sua vita e di vivere con una passione radicata per il calcio. Nel periodo in corso sostiene di aver lavorato come osservatore per alcuni amici. Per il futuro indica un progetto: l’anno prossimo sarà ds di una squadra di Serie D.

Racconta anche un aspetto personale legato alla vicinanza ai campi: quando è vicino al rettangolo verde, torna la voglia di palleggiare e tirare. Nella sua vita, sottolinea che la struttura ruota attorno al pallone e alla famiglia: la moglie Esmeralda e il figlio Gianmarco. Il calcio viene descritto come il sogno d’infanzia realizzato grazie a un impegno costante. Pacione afferma che la passione non dipende dalla maglia o dalla grandezza dello stadio, ma da ciò che si sente dentro come passione viscerale.

personaggi citati nel racconto di marco pacione

  • Marco Pacione
  • Laudrup
  • Serena
  • Briaschi
  • Platini
  • Cabrini
  • Scirea
  • Boniperti
  • Trapattoni
  • Gianni Agnelli
  • Ronaldo
  • Vieri
  • Luca Campedelli
  • Esmeralda
  • Gianmarco
pacione atalanta

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